Lezione di Pianesi agli agricoltori: come salvare il mondo con l’alimentazione

TOLENTINO – Nell’aula verde dell’Abbadia di Fiastra il fondatore dell’associazione Upm ha incontrato professori, agronomi e studenti per parlare della sua Policoltura Ma-Pi e dei sistemi di produzione sostenibili. “La salute dipende dalla qualità dell’aria e dell’acqua. Gli alberi vanno difesi e bisogna fare attenzione a cosa si mangia e si acquista”

di Marco Ribechi

I presenti al convegno di Mario Pianesi

Lezione magistrale di Mario Pianesi sul tema “L’agricoltura sostenibile e le 5 diete MA-PI”. L’incontro, nell’ambito del 36° Corso della “Scuola di specializzazione per tecnici, imprenditori ed operatori agricoli” della Fondazione Giustiniani Bandini, sul tema “Agricoltura e tutela Ambientale”, si è tenuto sabato 10 febbraio nell’Aula Verde dell’Abbadia di Fiastra, di fronte a più di 140 persone, tra cui professori universitari, agronomi, agricoltori e molti studenti dell’Istituto Agrario di Macerata.

Il presidente del Cermis Gino Pasquali ha introdotto la lezione ringraziando il fondatore dell’Associazione Upm: «Pianesi, anche se purtroppo non tutti i maceratesi lo sanno, è un vero scienziato autodidatta – ha detto Pasquali – dal 1970 ha fatto nascere la macrobiotica in Italia. Con i suoi studi e le sue applicazioni originali ha aiutato centinaia di migliaia di persone a risolvere problemi di salute, sperimentando, da vero pioniere, e diffondendo una agricoltura veramente sostenibile. Ufficialmente ha il diploma di terza media, ma oggi il suo lavoro è riconosciuto, studiato e insegnato nelle maggiori università italiane e del Mondo che gli hanno tributato i più alti onori accademici. Ha iniziato in una piccola casa di campagna a Pollenza, città di cui ero sindaco, ospitava ed aiutava gratuitamente i malati e sperimentava la sua agricoltura. Per me è un’onore averlo qui».

Un albero secolare

Mario Pianesi ha ricordato Eraclio Fiorani, pioniere dell’agricoltura biologica in Italia (al quale Pianesi ha fatto intitolare il Belvedere di Ancona ed un parco a Serrapetrona leggi l’articolo) che grazie ai consigli di Pianesi, dopo aver risolto i suoi problemi di salute, si è impegnato nella diffusione della macrobiotica MA-PI. «Dedicare le proprie energie ad aiutare la popolazione è il più grande segno di ringraziamento – ha detto Pianesi – aiutare l’Umanità significa, prima di tutto, prendersi cura del bene più prezioso, l’aria». Proprio il suo “Un Manuale di Alimentazione CI-HA” (premiato dall’UNESCO come miglior opera per lo sviluppo sostenibile) inizia con il quesito “Perché Viviamo?” ponendo l’accento sul fatto che la salute dipende prima di tutto dalla qualità dell’aria e dalla qualità dell’acqua. «Gli alberi, in particolare quelli secolari – continua Pianesi – svolgono un ruolo fondamentale per tenere pulite l’aria, l’acqua e la terra. Purtroppo in questa epoca moderna, nonostante milioni di informazioni e di studi, non si da nessuna importanza a tutto ciò. La situazione dell’inquinamento a livello Mondiale è drammatica e sta minacciando l’Ambiente e la Salute di tutto il Pianeta. Ogni persona ha uno strumento fondamentale per prendersi cura della propria salute e di quella dell’ambiente, l’alimentazione». Al riguardo Pianesi ha citato gli studi clinici e le pubblicazioni sulle riviste scientifiche internazionali che hanno dimostrato come le sue diete MA-PI siano efficaci nella prevenzione e nella cura di numerose malattie. «Bisogna seguire lo “Sviluppo sostenibile” – ha spiegato Pianesi – mangiando in modo naturale ed equilibrato, si può ricostruire l’ambiente. Un esempio è la Policoltura MA-PI che allo stesso tempo è più sana e costa meno alla società e favorendo una economia più ricca».

L’aula verde dell’Abbadia di Fiastra

Dopo aver spiegato i principi fondamentali della sua Policoltura MA-PI, ha stimolato tutti i presenti, a partire dal gruppo di studenti dell’Istituto Tecnico Agrario, ad una scelta alimentare attenta e consapevole; per questo una Etichetta Trasparente, come quella da lui ideata e realizzata, è fondamentale. «Serve un atteggiamento consapevole e critico nella scelta di cosa si mangia ha cotinuato Pianesi – è un modo di aiutare se stessi e tutto il Pianeta per risolvere le più grandi emergenze che affliggono l’umanità». Pianesi ha mostrato un lettera inviatagli di recente da un “alternativo” di lunga data, da lui conosciuto nel 1976, in cui era espresso il rammarico di non aver seguito le sue indicazioni e allo stesso tempo si leggeva la delusione per l’ondata dell’alternativo biologico attuale. La lettera è stato lo spunto per stimolare i presenti, soprattutto i più giovani. «Non fate come questa persona che ha aspettato più di 40 anni per seguire i miei consigli». Ha inoltre parlato del primo caso di diabete da lui risolto nel 1975: «Visto che da molti anni muoiono più di 6 milioni di persone all’anno di diabete e, viene da sé il calcolo che dal ’75 ad oggi sono morte più di 240 milioni di persone nel mondo – ha concluso Pianesi – sarebbe stato possibile evitare tutte queste morti se i medici di allora avessero da subito collaborato come stanno facendo oggi».

L’intervento di Fabio Taffetani

Alla lezione Pianesiana, è seguita una presentazione di Manuele Mussa che ha raccontato l’esperienza dell’azienda agricola che conduce assieme ai suoi famigliari nel vercellese. Dopo oltre 20 anni di monocoltura intensiva, dedicata al riso, la produttività era fortemente diminuita, così la redditività dell’azienda in un ambiente devastato dall’uso massiccio di prodotti chimici e dall’abbattimento degli alberi e distruzione della flora e della fauna. Da circa 12 anni Mussa ha iniziato ad applicare i principi della Policoltura Pianesiana trovandone grandi giovamenti a tutti i livelli. «Sono diminuite le spese aziendali per le lavorazioni, siamo più autonomi a partire dalla riproduzione del seme in azienda. I campi sono tornati ad essere popolati di flora e fauna che forniscono l’ambiente ideale per la crescita delle colture. Il pH del terreno è ritornato a valori ottimali. Ne abbiamo guadagnato in salute, ma anche in economia, dato che le rese sono sensibilmente cresciute, tanto che siamo diventati un punto di riferimento per molti risicoltori Piemontesi e Lombardi». Presente tra il pubblico il botanico Fabio Taffettani, docente all’Università Politecnica delle Marche, che ha avvalorato la lezione e l’opera di Pianesi, ricordando come «La monocoltura moderna e intensiva ha impoverito l’ambiente e portato danni alla salute, oggi produciamo cibo che ci ammala minacciando la stessa sopravvivenza del Pianeta. E’ una cultura della morte e non più della vita, come era quella dei nostri antenati contadini che, senza le attuali novità moderne, sarebbero potuti andare avanti per altri millenni. Ben vengano quindi iniziative come questa, il primo cambiamento dipende da ognuno di noi e, in particolar modo, dalle nostre scelte alimentari».

Aceto di cocco: proprietà e come usarlo in cucina

Proprietà e benefici dell’aceto di cocco

Nonostante gli aceti più usati in cucina siano l’aceto di vino, l’aceto bianco e quello balsamico, non bisogna trascurare l’esistenza di varietà altrettanto pregevoli e interessanti come l’aceto di cocco. Sebbene questo prodotto non sia di certo il più indicato per i lavori di pulizia della casa – e sia meglio indirizzarsi in questo caso verso i primi due sopra citati – può essere utilizzato in numerose ricette di cucina, soprattutto come sostituto dell’aceto di miele e dell’aceto di vino.

L’aceto di cocco è apprezzato in primo luogo per le sue proprietà eupeptiche, toniche e prebiotiche. I fruttoligosaccaridi in esso contenuti favoriscono infatti la crescita della flora batterica e svolgono perciò un’azione di prevenzione sia sulle infiammazioni che sulle infezioni intestinali. Queste sostanze sono ritenute oltretutto in grado di aumentare i livelli di colesterolo buono e di abbassare la concentrazione di glucosio nel sangue. Detto ciò, l’aceto di cocco offre vantaggi a chi soffre di diabete e a chi tende ad essere affetto da stipsi. Il consumo di questo prodotto fa bene inoltre a chi è in sovrappeso e a chi è affetto da sindrome metabolica.

Rispetto agli altri aceti quello di cocco è il più calorico; esso contiene tuttavia anche sostanze preziose che aiutano l’organismo ad assorbire meglio il calcio e il magnesio e che riducono al tempo stesso il colesterolo LDL. Il suo utilizzo si rivela per questo particolarmente utile alle donne in menopausa e agli anziani in generale. Sotto il profilo nutrizionale l’aceto di cocco contiene discrete quantità di potassio, vitamina C e vitamine del gruppo B.

Odore, sapore e usi in cucina

L’aceto di cocco ha un gusto gentile, agrodolce ed un profumo esotico che richiama in parte quello della noce di cocco. Questo condimento si trova usato soprattutto nei piatti della cucina indiana, filippina e dello Sri Lanka. Per via del suo gusto delicato e poco invasivo è ideale per insaporire le insalate, per condire gli ortaggi e per la realizzazione di intingoli e pinzimoni. Viene consigliato anche per le grigliate e per le marinature, sia di carne che di pesce, e come ingrediente per la preparazione di salse da servire in tavola insieme ai formaggi. Il suo caratteristico sapore si accosta bene anche alla frutta.

Origine e produzione

L’aceto di cocco può nascere in due modi differenti. Il primo consiste nella raccolta dei fiori della palma di cocco, nella loro riduzione in nettare e nella successiva acetificazione di quest’ultimo. Il secondo metodo di lavorazione prevede invece la fermentazione del liquido estratto dalla noce di cocco. Nel primo caso l’aceto risulterà di un color bruno scuro mentre nel secondo tenderà verso una colorazione bianco latte. La produzione di questo aceto si ricollega anche a quella del cosiddetto gulamerah o zucchero di cocco.

Kuzu, un gastroprotettore naturale

Bruciori di stomaco, reflusso gastroesofageo, ernia iatale: i disturbi a carico dell’apparato digerente superiore sono molto frequenti nella popolazione. E sono migliaia i pazienti a dover condurre una vita in compagnia di inibitori di pompa protonica o di antiacidi, pur di evitare i fastidi – a volte anche decisamente gravi – dei loro disturbi. Un aiuto però arriva anche da una pianta orientale: il kuzu o kudzu, un gastroprottettore naturale.

Il nome scientifico è quello di Pueraria lobata ed è una pianta rampicante di montagna originaria del Giappone. Da sempre utilizzato nella medicina tradizionale e in erboristeria, il kuzu può essere un valido rimedio naturale per lo stomaco e altre patologie. Ma come si usa e quali sono i suoi specifici effetti?

Le proprietà

Il kuzu è una pianta estremamente longeva e forte: può vivere fino a 100 anni e cresce addirittura sulle rocce, anche quando il terriccio a disposizione è molto limitato. Nonostante gli splendidi fiori dal viola al blu, a scopi terapeutici non vengono usati né i petali né la pianta, bensì le radici. Da queste si estrae infatti un particolare amido, con cui viene quindi realizzata una bianchissima fecola. La consistenza è simile alla farina o proprio alla fecola di patate e, date le sue sue proprietà fisiche, non solo ha un’altissima solubilità in acqua, ma il kuzu viene facilmente digerito dallo stomaco e assorbito dall’intestino. Il composto pare contenga alte concentrazioni di isoflavoni come la daidzeina, un antinfiammatorio, antimicotico e antitumorale naturale.

La fecola poc’anzi citata ha un forte effetto alcalinizzante, ovvero previene l’acidosi soprattutto a livello di sangue e dei succhi gastrici. Utilizzato nella cucina giapponese come addensante e vellutante per zuppe, minestre e passati di verdura, sin da tempi antichi è impiegato anche per la cura di malanni minori. La tradizione vuole il kuzu come alimento di base per ritrovare le energie, ma è soprattutto l’effetto tampone sullo stomaco ad averlo reso popolare in tutto il mondo.

Le patologie

Kuzu, fiore

Kudzu Flower via Shutterstock

Così come già accennato, il kuzu esplica i suoi effetti benefici soprattutto a livello di stomaco, prevenendo però tutte le irritazioni a carico dell’apparato digerente dal cavo orale al retto. Di seguito alcune delle applicazioni più frequenti per tipologia di disturbo:

  • Acidità di stomaco: con il suo effetto tampone, il kuzu assorbe i succhi gastrici in eccesso dando immediato sollievo da dolore e bruciori, riducendo quindi le recidive in caso di blanda ulcera;
  • Reflusso gastroesofageo: grazie alle sue proprietà antiacide, previene la salita dei succhi nell’esofago e la loro propagazione nelle vie respiratorie, dando immediato sollievo soprattutto ai pazienti portatori di ernia iatale;
  • Stitichezza: stimola la morbidezza delle feci al pari di una nutrizione ricca di fibre, sbloccando quindi gli stati di stitichezza cronica;
  • Dissenteria: l’effetto tampone si estende anche all’intestino, dove non solo allevia l’irritazione di color e retto, ma aiuta anche ad aumentare la consistenza delle feci e a trattenere l’acqua in caso di diarrea;
  • Febbre: il kuzu sarebbe anche in grado di diminuire la temperatura negli stati febbrili connessi all’influenza;
  • Stanchezza: l’amido presenta anche specifiche proprietà per il recupero dell’energia e del buon equilibrio psicofisico, quindi è consigliato in primavera o nei cambi di stagione, quando il corpo fatica ad adattarsi ai repentini cambiamenti climatici.

Per le modalità d’assunzione si faccia riferimento al proprio erborista di fiducia e, ovviamente, anche al medico curante per conoscere eventuali interazioni con i farmaci contro l’acidità di stomaco. In genere, si versano uno o due cucchiaini di kuzu in un bicchiere d’acqua, si porta il tutto a ebollizione finché l’amido non si è sciolto e si consuma a piccoli sorsi, anche più volte nell’arco della giornata.

Il kuzu in cucina

Nella cucina giapponese, il kuzu viene usato come addensante e vellutante soprattutto per zuppe, minestre e passati di verdura, ma anche per sughi, dolci, gelati e composte. La proporzione da utilizzare è 10g di kuzu ogni 100 ml di liquido ma molto dipende dalla consistenza che vorrete ottenere, con queste dosi riuscirete ad ottenere un buono stato di gelificazione, per addensare ne potrà servire anche molto meno. Il kuzu, infatti, serve non solo ad addensare ma anche a gelificare per creare budini. In questo ultimo caso la consistenza che si ottiene è morbida e non gelatinosa (come può accadere nel caso dell’agar). Per ottenere l’effetto gelificante, una volta stemperata la polvere nel liquido a temperatura ambiente, aggiungetelo in cottura alla vostra preparazione e poi lasciate raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigorifero per almeno un paio d’ore. In commercio troverete il kuzu sia in polvere che in blocchetti gessosi: in questo ultimo caso, prima di utilizzarlo polverizzatelo con un mortaio da cucina. Il kuzu può essere aggiunto anche a cottura ultimata, a verdure e frutta frullate conferendo ai piatti una consistenza vellutata. Nel caso della frutta, per esempio, questo amido ha la caratteristica di renderla più digeribile anche per gli intestini più deboli.

Pianesi racconta la sua vita: “Curo la salute per guarire il pianeta.”

MACERATA – L’ideatore, fondatore e presidente dell’associazione Upm – Un punto macrobiotico – ha ripercorso le sue esperienze in una serata al teatro della Filarmonica. Testimonianze d’affetto di quanti lo hanno conosciuto e sostenuto nella sua lunga attività.

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