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Il riso integrale…. da speciale TG1 del 28 gennaio 2018

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Com’era diverso il riso di una volta

 

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Viceversa se in una prima fase gli agro-farmaci rispondono bene illudendo il contadino di aver trovato la lampada di Aladino, nel giro di pochi anni devastano lo strato fertile e avviano i terreni agricoli verso la desertificazione. La situazione attuale della Cascina dell’Angelo l’azienda agricola della famiglia Stocchi è ben diversa e un confronto grazie al drone tra le loro risaie coltivate senza chimica e quelle dei vicini fanno giustizia di tutti i dubbi e gli interrogativi sollevati dagli increduli e rilanciati dalle lobby dell’agro-industria. Nei terreni della famiglia Stocchi che abbiamo sorvolato alla fine di ottobre e a raccolto concluso, prevale il verde e la terra circondata da alberi e inframezzata da filari di cespugli sembra più scura, attorno domina un giallo che mette i brividi perché fa pensare appunto ad una progressiva e sempre più prossima desertificazione.

 

L’impatto visivo è evidente ma quello che chiude la discussione sulla convenienza della svolta adottata dall’azienda di Rovasenda è il conto economico. L’ultimo acquisto di agro-farmaci risale al 2006. Da allora la voce spese è scesa bruscamente perché oltre ad un consumo azzerato di trattamenti chimici si sono dimezzati i passaggi di trattore per distribuirli con un risparmio netto di 700 euro per ettaro all’anno. Moltiplicati per 130 ettari dell’azienda il totale del denaro rimasto nelle casse dell’azienda è di novantamila euro per ogni singolo anno. Senza contare che nel bilancio degli Stocchi sono spuntati due addendi il cui impatto è certamente rilevante seppur difficile da calcolare: la salute e il buon umore

 

(fonte naturanelpiatto.it)

Acqua Oligominerale Castello delle Terme di Vallio – in vendita

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La prima acqua minerale con etichetta trasparente pianesiana

L’Acqua Oligominerale Castello delle Terme di Vallio  da oggi c/o Arcimboldo Armonie della Natura, via Cavour 8a, Biella; venite a provarla!!!!

L’Acqua Oligominerale Castello è commercializzata su tutto il territorio italiano presso i punti UPM (Un Punto Macrobiotico) , l’associazione che promuove la cultura del cibo, ispirata alle idee del professor Mario Pianesi; e potete trovarla anche presso Arcimboldo Armonie della Natura via Cavour, 8/a, Biella.

http://acquacastello.it/wp-content/uploads/2016/07/bottiglia-pianesiana.jpghttp://acquacastello.it/wp-content/uploads/2016/07/ETICHETTA-TRASPARENTE-PIANESIANA.jpg

L’Etichetta Pianesiana riporta importanti informazioni sul prodotto, come l’origine, le caratteristiche, la filiera e i consumi ambientali. L’Etichetta Trasparente Pianesiana è uno strumento molto efficace per conoscere le caratteristiche del cibo di cui ci nutriamo e dei prodotti che utilizziamo.
Consente infatti al Consumatore di avere completa tracciabilità della filiera di produzione.

L’Etichetta trasparente pianesiana è una tutela per  chiunque voglia nutrirsi in modo più consapevole. Può essere considerata infatti come uno strumento di prevenzione e di garanzia per un’alimentazione sana e certificata.

Acqua Castello ha deciso di adottare questo modello di etichetta per dare totale trasparenza sulla qualità del prodotto e sul suo impatto ambientale.

 

Acqua Castello. Oligominerale bicarbonato-alcalina

Ha molteplici proprietà benefiche, ad esempio un contenuto equilibrato di Calcio e Magnesio. Ha poco sodio . Il suo Ph Alcalino fa bene all’organismo.

POCO SODIO: <0,0001%

acqua-castello L’Acqua Oligominerale Castello è tra le acque oligominerali italiane con il più basso contenuto di sodio. Leggi l’etichetta e confrontala con le altre acque

HA UN PH ALCALINO

acqua castello: pH alcalino Il pH indica il grado di acidità o l’alcalinità di una soluzione acquosa. Il pH neutro ha valore pari a 7. Per mantenere il nostro organismo in stato di benessere, è bene mantenere un livello di pH leggermente superiore a 7 (pH alcalino)Grazie al suo pH alcalino, l’Acqua Castello contribuisce al benessere dell’organismo.

LEGGERA, PURA, NATURALMENTE BUONA

acqua castello leggera, pura, naturalmente buona L’Acqua Castello

  • è un’acqua termale oligominerale bicarbonato alcalina.
  • sgorga da un’antica sorgente circondata da boschi incontaminati.
  • è ricca di preziosi sali minerali miscelati dalla natura in modo equilibrato.
  • ilbasso contenuto di nitrati e clorurila rende ideale nell’alimentazione quotidiana.

MOLTO DIURETICA

acqua oligominerale castello stimola la diuresi E’ estremamente diuretica, decongestionante e depurativa.L’acqua Oligominerale “Castello” era anticamente conosciuta come “Acqua de le Laf” (ovvero acqua che lava) per la sua la sua particolare capacità di favorire la diuresi

PER I PIU’ PICCOLI

Acqua Castello: Indicata per i più piccoli Il Ministero della Salute ha decretato che l’Acqua Castello può riportare in etichetta:

l’allattamento al seno è da preferire, ma nei casi ove ciò non sia possibile, l’Acqua minerale naturale Castello può essere utilizzata nellapreparazione degli alimenti dei lattanti (Aut. Min. Salute n°3803 del 28 settembre 2007)

PER LA CALCOLOSI RENALE

acqua Castello: Indicata per la calcolosi renale Le virtu’ dell’Acqua Castello vennero indagate chimicamente e farmacologicamente a partire dagli anni ’50, quando vennero aperte le Terme di Vallio, centro di prevenzione e di cura per le patologie legate alla calcolosi renale.Il particolare equilibrio tra calcio e magnesio insieme al bassissimo contenuto di sodio hanno la funzione di prevenire la precipitazione dei cristalli salini, rendendo solubili fosfati ed ossalati. Le proprietà disgreganti dell’Acqua Castello consentono di prevenire e coadiuvare la terapia dellacalcolosi renale e della renella.

PER CHI FA SPORT

l'acqua Castello è ideale per gli sportivi Il maggior fabbisogno idrico nello sportivo è dovuto alla perdita di acqua dovuta alla sudorazione.L’Acqua Castello, per il suo contenuto di bicarbonato e magnesio, collabora a reintegrare i sali minerali eliminati con la sudorazione.

IN VETRO E’ MEGLIO

Il vetro è meglio. Acqua Castello è imbottigliata solo in vetro. L’acqua Oligominerale Castello – naturale, frizzante o leggermente frizzante – viene imbottigliata esclusivamente in vetro, il materiale che meglio si adatta a mantenerne inalterate le caratteristiche organolettiche e curative dell’acqua.

RISPETTA L’AMBIENTE!

Solo in vetro per rispettare l'ambiente Il vetro è un materiale inerte, quindi non cede e non assorbe sostanze.
Rispetta l’ambiente perché è riciclabile e riutilizzabile.
Le bottiglie di vetro a rendere vengono sanificate e riutilizzate per almeno 50 volte prima di essere riciclate. Il vetro è una scelta responsabile per il futuro del Pianeta.In vetro è meglio. In vetro a rendere ancora di più

 

TRE PROGETTI PER IL BENIN

Continuiamo la nostra collaborazione con “ONG  MUWINNIMU-SOLIDARITE ET COOPERATION  (MUSCO)”.

Oltre ai vestiti e al materiale che in tanti ci avete mandato e che in agosto verranno spediti con il container in Benin, presentiamo tre progetti fondamentali per lo sviluppo dei villaggi e la loro sussistenza.

Con questa raccolta fondi speriamo di poter contribuire attivamente alla realizzazione dei progetti.

  1. ACQUA POTABILE PER IL VILLAGGIO
  2. UN PAIO DI BUOI E ARATRO PER MANTA
  3. AIUTARE I GIOVANI A LAVORARE LA TERRA

Potete fare una donazione direttamente sul sito web
www.solidarite-muwinnimu.org
oppure usando carta di credito,
cliccando qui sotto:




oppure attraverso un bonifico bancario sul seguente conto corrente:
Conto Corrente Arancio
BANCA: ING DIRECT
Intestazione:
N’DABA SYLVAIN MAPIGOU
IBAN: IT17Y0316901600CC0011186687
Conto n°:1186687

GRAZIE!

CIBO, ARIA, ACQUA: le fonti per l’energia e il nostro benessere

CIBO, ARIA, ACQUA

le fonti  per l’energia e il nostro benessere
conferenze a tema

“Viviamo perché respiriamo, beviamo, mangiamo….”
M. Pianesi

Partendo da questa frase cominciamo un lungo viaggio che toccherà non solo la macrobiotica (anche pianesiana) ma anche le grandi filosofie orientali (cinese e indiana) per portarci ad avere più coscienza di quel che ci circonda e di noi stessi.
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Per iscrizioni e informazioni
Jana 3401729272 – Maurizio 3485112582

Shoyu o salsa di soia

La salsa di soia shoyu è una salsa fermentata, ottenuta dalla farina di fagioli di soia, cotti al vapore. Onnipresente nella cucina giapponese, cinese e in generale nell’Asia Orientale, presenta un gusto leggermente diverso, anche se simile in aspetto, a seconda del luogo di produzione. Originaria della Cina, veniva usata dai monaci Buddisti, vegetariani, per l’apporto di proteine vegetali  e  per insaporire le pietanze dei popoli orientali, completando un’alimentazione prevalentemente vegetariana.

Cosa contiene la salsa di soya e come viene preparata

La salsa Shoyu, salsa liquida di colore scuro e molto saporita, è ottenuta dalla fermentazione della soia ma contiene anche grano tostato, acqua, sale e koji (<0,001%) che è l’agente fermentante insieme ad altri microrganismi, usato anche per la produzione di Miso e del sake. La soia, cotta a vapore, e il grano, tostato e schiacciato, vengono miscelati e con aggiunta di sale, vengono lasciati fermentare in botti di cedro. La fermentazione dura alcuni mesi in Cina e anni in Giappone, dove la salsa ottenuta è, in genere, di miglior qualità e anche più costosa.  E’ prodotta con soia intera ma, molti produttori utilizzano proteine di soia idrolizzate alle quali viene addizionato il caramello per donare il colore tipico, con     un prezzo e, purtroppo, qualità inferiore … quindi meglio fare attenzione .  Ha un buon contenuto in antiossidanti (10 volte maggiori del vino rosso), vitamine, sali minerali e possiede proprietà digestive, anche se è sconsigliata nelle diete ipocaloriche per il contenuto in sale e glutammato.

Lo Shoyu nella cucina macrobiotica

Molto usata nella cucina macrobiotica per arricchire i piatti di sapore, apporta sostanze benefiche come i fermenti lattici,  utili alla nostra flora batterica intestinale e  alcalinizza il sangue, aiutando a mantenere il giusto Ph, messo a dura prova da un’alimentazione ricca di zuccheri, farine raffinate e proteine animali.  Esistono molti tipi di salsa di soia, il tamari è una salsa di soia, con un sapore più intenso e privo di glutine,  adatto quindi anche agli intolleranti o ai celiachi. Anche il Miso è ottenuto dalla fermentazione, più lunga, della soia con acqua e sale, a cui viene spesso aggiunto un cereale, in genere il riso o  l’orzo.
Le salse di soia contengono dell’alcool per proteggerle dal deterioramento  e, una volta aperta la confezione,  vanno conservate in frigorifero al riparo dalla luce diretta. E’ importante acquistare salse di soia prodotte con metodi tradizionali, sia per le proprietà che vengono in questo modo garantite, sia per le proprietà organolettiche.

Shoyu: quando e come usare la salsa di soya in cucina

L’utilizzo migliore è a crudo, per mantenere le proprietà inalterate e si si può usare per salare, come sostituta del sale, per insaporire minestre, cereali, verdure crude o cotte, legumi, può essere mescolata con succo di zenzero o aceto… Per condire insalate, in sostituzione dell’aceto e del sale.
Con le verdure saltate in padella, con un po’ d’olio o in sostituzione, usatelo anche con il petto di pollo tagliato a straccetti e saltato in padella.

1° cena macrobiotica ma-pi a biella. Un successone!!!!

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Ringraziamo tutti coloro che hanno voluto partecipare e che speriamo siano rimasti soddisfatti della serata.

Ringraziamo il centro UPM di Mezzana Bigli (marco, enzo e giovanni) per i salti mortali fatti per trasferire un po’ del loro centro qui a Biella per organizzare la cena, ringraziamo Roberto del Circolo del Piazzo per averci ospitato, ringraziamo UPM Rovasenda (ugo, mara e manuele) e nicolo’ per l’aiuto offertoci.

Vi aspettiamo alla prossima cena a fine marzo!!!!

Venite a trovarci a Biella in via Cavour, 8/a (ang. viale C. Battisti).

Vi aspettiamo

 

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Via Cavour, 8a (angolo viale C. Battisti) a Biella

Lezione di Pianesi agli agricoltori: come salvare il mondo con l’alimentazione

TOLENTINO – Nell’aula verde dell’Abbadia di Fiastra il fondatore dell’associazione Upm ha incontrato professori, agronomi e studenti per parlare della sua Policoltura Ma-Pi e dei sistemi di produzione sostenibili. “La salute dipende dalla qualità dell’aria e dell’acqua. Gli alberi vanno difesi e bisogna fare attenzione a cosa si mangia e si acquista”

di Marco Ribechi

I presenti al convegno di Mario Pianesi

Lezione magistrale di Mario Pianesi sul tema “L’agricoltura sostenibile e le 5 diete MA-PI”. L’incontro, nell’ambito del 36° Corso della “Scuola di specializzazione per tecnici, imprenditori ed operatori agricoli” della Fondazione Giustiniani Bandini, sul tema “Agricoltura e tutela Ambientale”, si è tenuto sabato 10 febbraio nell’Aula Verde dell’Abbadia di Fiastra, di fronte a più di 140 persone, tra cui professori universitari, agronomi, agricoltori e molti studenti dell’Istituto Agrario di Macerata.

Il presidente del Cermis Gino Pasquali ha introdotto la lezione ringraziando il fondatore dell’Associazione Upm: «Pianesi, anche se purtroppo non tutti i maceratesi lo sanno, è un vero scienziato autodidatta – ha detto Pasquali – dal 1970 ha fatto nascere la macrobiotica in Italia. Con i suoi studi e le sue applicazioni originali ha aiutato centinaia di migliaia di persone a risolvere problemi di salute, sperimentando, da vero pioniere, e diffondendo una agricoltura veramente sostenibile. Ufficialmente ha il diploma di terza media, ma oggi il suo lavoro è riconosciuto, studiato e insegnato nelle maggiori università italiane e del Mondo che gli hanno tributato i più alti onori accademici. Ha iniziato in una piccola casa di campagna a Pollenza, città di cui ero sindaco, ospitava ed aiutava gratuitamente i malati e sperimentava la sua agricoltura. Per me è un’onore averlo qui».

Un albero secolare

Mario Pianesi ha ricordato Eraclio Fiorani, pioniere dell’agricoltura biologica in Italia (al quale Pianesi ha fatto intitolare il Belvedere di Ancona ed un parco a Serrapetrona leggi l’articolo) che grazie ai consigli di Pianesi, dopo aver risolto i suoi problemi di salute, si è impegnato nella diffusione della macrobiotica MA-PI. «Dedicare le proprie energie ad aiutare la popolazione è il più grande segno di ringraziamento – ha detto Pianesi – aiutare l’Umanità significa, prima di tutto, prendersi cura del bene più prezioso, l’aria». Proprio il suo “Un Manuale di Alimentazione CI-HA” (premiato dall’UNESCO come miglior opera per lo sviluppo sostenibile) inizia con il quesito “Perché Viviamo?” ponendo l’accento sul fatto che la salute dipende prima di tutto dalla qualità dell’aria e dalla qualità dell’acqua. «Gli alberi, in particolare quelli secolari – continua Pianesi – svolgono un ruolo fondamentale per tenere pulite l’aria, l’acqua e la terra. Purtroppo in questa epoca moderna, nonostante milioni di informazioni e di studi, non si da nessuna importanza a tutto ciò. La situazione dell’inquinamento a livello Mondiale è drammatica e sta minacciando l’Ambiente e la Salute di tutto il Pianeta. Ogni persona ha uno strumento fondamentale per prendersi cura della propria salute e di quella dell’ambiente, l’alimentazione». Al riguardo Pianesi ha citato gli studi clinici e le pubblicazioni sulle riviste scientifiche internazionali che hanno dimostrato come le sue diete MA-PI siano efficaci nella prevenzione e nella cura di numerose malattie. «Bisogna seguire lo “Sviluppo sostenibile” – ha spiegato Pianesi – mangiando in modo naturale ed equilibrato, si può ricostruire l’ambiente. Un esempio è la Policoltura MA-PI che allo stesso tempo è più sana e costa meno alla società e favorendo una economia più ricca».

L’aula verde dell’Abbadia di Fiastra

Dopo aver spiegato i principi fondamentali della sua Policoltura MA-PI, ha stimolato tutti i presenti, a partire dal gruppo di studenti dell’Istituto Tecnico Agrario, ad una scelta alimentare attenta e consapevole; per questo una Etichetta Trasparente, come quella da lui ideata e realizzata, è fondamentale. «Serve un atteggiamento consapevole e critico nella scelta di cosa si mangia ha cotinuato Pianesi – è un modo di aiutare se stessi e tutto il Pianeta per risolvere le più grandi emergenze che affliggono l’umanità». Pianesi ha mostrato un lettera inviatagli di recente da un “alternativo” di lunga data, da lui conosciuto nel 1976, in cui era espresso il rammarico di non aver seguito le sue indicazioni e allo stesso tempo si leggeva la delusione per l’ondata dell’alternativo biologico attuale. La lettera è stato lo spunto per stimolare i presenti, soprattutto i più giovani. «Non fate come questa persona che ha aspettato più di 40 anni per seguire i miei consigli». Ha inoltre parlato del primo caso di diabete da lui risolto nel 1975: «Visto che da molti anni muoiono più di 6 milioni di persone all’anno di diabete e, viene da sé il calcolo che dal ’75 ad oggi sono morte più di 240 milioni di persone nel mondo – ha concluso Pianesi – sarebbe stato possibile evitare tutte queste morti se i medici di allora avessero da subito collaborato come stanno facendo oggi».

L’intervento di Fabio Taffetani

Alla lezione Pianesiana, è seguita una presentazione di Manuele Mussa che ha raccontato l’esperienza dell’azienda agricola che conduce assieme ai suoi famigliari nel vercellese. Dopo oltre 20 anni di monocoltura intensiva, dedicata al riso, la produttività era fortemente diminuita, così la redditività dell’azienda in un ambiente devastato dall’uso massiccio di prodotti chimici e dall’abbattimento degli alberi e distruzione della flora e della fauna. Da circa 12 anni Mussa ha iniziato ad applicare i principi della Policoltura Pianesiana trovandone grandi giovamenti a tutti i livelli. «Sono diminuite le spese aziendali per le lavorazioni, siamo più autonomi a partire dalla riproduzione del seme in azienda. I campi sono tornati ad essere popolati di flora e fauna che forniscono l’ambiente ideale per la crescita delle colture. Il pH del terreno è ritornato a valori ottimali. Ne abbiamo guadagnato in salute, ma anche in economia, dato che le rese sono sensibilmente cresciute, tanto che siamo diventati un punto di riferimento per molti risicoltori Piemontesi e Lombardi». Presente tra il pubblico il botanico Fabio Taffettani, docente all’Università Politecnica delle Marche, che ha avvalorato la lezione e l’opera di Pianesi, ricordando come «La monocoltura moderna e intensiva ha impoverito l’ambiente e portato danni alla salute, oggi produciamo cibo che ci ammala minacciando la stessa sopravvivenza del Pianeta. E’ una cultura della morte e non più della vita, come era quella dei nostri antenati contadini che, senza le attuali novità moderne, sarebbero potuti andare avanti per altri millenni. Ben vengano quindi iniziative come questa, il primo cambiamento dipende da ognuno di noi e, in particolar modo, dalle nostre scelte alimentari».

Pianesi racconta la sua vita: “Curo la salute per guarire il pianeta.”

MACERATA – L’ideatore, fondatore e presidente dell’associazione Upm – Un punto macrobiotico – ha ripercorso le sue esperienze in una serata al teatro della Filarmonica. Testimonianze d’affetto di quanti lo hanno conosciuto e sostenuto nella sua lunga attività.

cronachemaceratesi.it-Pianesi racconta la sua vita Curo la salute per guarire il pianeta

Miglio: proprietà benefiche, nutrizionali e controindicazioni

Le proprietà benefiche, nutrizionali e le controindicazioni note del miglio sono diverse: questo alimento è, infatti, particolarmente prezioso per la salute dell’organismo e ciò lo ha reso famoso in tutto il mondo, nell’arco dei secoli. Questo cibo è stato dimenticato per molto tempo ma, fortunatamente, si sta riscoprendo insieme alle sue numerose proprietà alimentari e terapeutiche. Il miglio – il cui nome originario è Panicum Miliaceum – è un cereale appartenente alla famiglia delle Graminacee: si tratta di una pianta proveniente dall’Asia, ma che si è diffusa in molti Paesi del mondo. Una curiosità?

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